12 Aprile 2008

Ciao Amore.<3
Questa cosettina è una stupidata, lo so. *ride* A vedere l’ammontare della pagina sembra molto più grande di quello che effettivamente è, mi spiace ç_ç!
È una fic piccolissima, uno spruzzo di amore per mia donna del cuore – e unica donna da amare oggi, domani, per sempre.<3
Insomma, una cosa piccolina per una persona che vale più di qualsiasi altra cosa.
Sei la mia stella, la mia forza, il mio coraggio. Sei il sole che riscalda le mie giornate, il mie- il cioccolato dei miei pensieri (il miele a me non piace ecco è_é! E tu sei meglio di una cosa che non mi piace, tsé! Voglio dire!).
Sei l’aria di cui vorrei sempre nutrirmi.
E non c’è niente di meglio che essere accanto a te e riempirti di baci mentre leggi queste due righe.
Ti amo da morire, Anna.


A te che sei la mia Isola che non c’è.
Buon diciannovesimo compleanno.

Tua Roberta.<3


Bocca dentro bocca, e non chiedermi perché
Tutto poi ritorna in quel posto che non c’è
Dove per magia
Tu respiri dalla stessa pancia mia…

Negramaro, Quel posto che non c’è.



L’isola che non c’è.



L’isola che non c’è è il regno assoluto dell’infanzia felice. È il regno dei cieli limpidi, degli specchi d’acqua incontaminati, delle creature del bosco – fate, gnomi, folletti, e chi più ne ha più ne metta.
È la casa delle sirene dai dolci canti ipnotici, è il territorio infinito dei popoli indiani, tra Tori Seduti e Gigli Tigrati, è il mare dei pirati maligni e avidi di tesori.
È il mondo su misura per ogni bambino che ami sognare, e anche per chi, in teoria, di sognare non s’è mai stancato, neanche dopo decenni.
Dieci, venti, cinquanta o ottanta anni, non esiste un’età che pone un freno alla fantasia, né quando si è piccoli (senza problemi, decisamente l’età d’oro di ogni persona – tragedie permettendo), tanto meno quando si è grandi e, a dirla tutta, di fantasticare se ne ha più bisogno.
A lui bastava poco, per chiudere gli occhi e cominciare a fantasticare.
La sua isola che non c’è era grande, grandissima, forse più grande di Reesembool o addirittura dell’intera Amestris – e questo era tutto dire!
Mamma Trisha gliel’aveva raccontata spesso, quella favola dove un ragazzo volante rapiva tre bambini per provare l’ebbrezza di rimanere sempre infanti, in quel processo fantastico che blocca ogni possibilità di crescita, e il mondo è sempre una meravigliosa tavoletta di cioccolata bianca.
Lanciò una pietra sul fiume, e l’acqua si increspò in due, tre, cinque centri concentrici.
Nella sua isola che non c’è, Alphonse aveva sempre pensato di essere Wendy.
Senza la gonna, però.
Aveva la sua stanza, sotto il grande albero che faceva da rifugio a lui e agli altri bambini smarriti – Winry, Nina, Den e Hayate con buffe facce da improbabili esseri umani – a cui preparava da mangiare e rassettava i vestiti quando qualcuno giocava troppo vicino ai rovi. Erano per lui la loro grande famiglia, e quando stava con loro non sentiva per nulla la mancanza di casa.
Aveva ritrovato in Paninya un’avvenente indiana – certo un po’ modernizzata, con quelle gambe d’acciaio che comunque non facevano invidia a un mero pezzo di carne (perché per lui, la bellezza sta in altre cose, non in quante cellule un uomo ha e come queste sono disposte) – e in Roy un Uncino decisamente bizzarro, goffo in quel vestito di epoche antiche, troppo don Giovanni per essere credibile.
Quando era stanco di correre dietro ai bambini, saliva in cima al promontorio, da dove ammirava tutto il suo piccolo creato.
E poi, una mano si posava gentile sulla sua spalla.
Il suo Peter Pan.
A ben vederlo, alto com’era, nessuno avrebbe mai pensato che fosse più grande di lui, biologicamente parlando. Nella sua fantasia, i capelli non erano legati in alcun modo, ma erano liberi di poggiarsi sulle spalle di ragazzo, e il barlume degli occhi dorati lo rendevano affascinante.
Strano, per uno come lui, sempre con parole non propriamente pulite in bocca e il viso sempre corrucciato per via delle prese in giro.
Peter, quello suo, quello del metallo lucente nel braccio destro – nessun automail stavolta, ma solo un’armatura per difendersi dal subdolo Uncino – volava sempre intorno a lui, tendendogli la mano per portarlo nei luoghi che la fantasia aveva creato solo per loro due, per mostrargli le meraviglie che quel piccolo mondo poteva donargli.
Era un pasticcione, e decisamente malevolo con l’uomo dal guanto di fuoco – l’uncino caduto in mare con un tonfo sordo, in un giorno di primavera. –ma quando stavano insieme, sapeva fargli dimenticare ogni cosa spiacevole. Era come se cambiasse maschera, e dal mascalzone che era diventava l’essere più carino e gentile dell’universo.
O, contenendoci, della sua isola che non c’é.
Stringeva forte la sua mano, scaldandola di quell’amore infinito che riusciva a dargli, e sorrideva mostrando la perfezione della sua bocca, le labbra rosee che incorniciavano una dentatura impeccabile, candida come la neve. Lo portava con sé nei suoi voli, ad ascoltare il canto delle sirene, o ad ammirare le danze indiane, quelle invocazioni a un dio che sapeva essere benevolo e accondiscendente, almeno lì.
Lo accompagnava nel più alto dei promontori, nel più azzurro dei laghi, nel più verde dei prati, e distesi ammiravano il cielo, il sole della mattina, le stelle che puntellavano la trapunta scura della notte.
E lui gli riempiva le orecchie di storie strabilianti, di tutte le volte che aveva rischiato la vita per mantenere quell’Isola splendida, delle persone che aveva incontrato durante i suoi voli, delle altre isole a cui faceva visita ogni tanto, sotto mentite spoglie. Gli raccontava i sogni dei bambini, fatti di zucchero a velo, e gli descriveva le montagne di giocattoli e caramelle che invadevano le loro stanze la mattina di Natale; raccontava i brividi degli incubi innocenti – grandi mostri dalle grandi fauci, dalle grandi zampe, e loro piccoli che chiamavano la mamma, bisognosi di cure, di affetto, di attenzioni.
E poi, quando anche le parole sembravano rovinare qualcosa in quell’ecosistema meraviglioso, gli stringeva le mani, guardandolo dritto negli occhi.
E lo baciava.
Faceva scorrere in lui tutte le bontà del mondo, sentiva le sue labbra impregnarsi di panna e fragole, scivolando dentro di lui, raggiungendo la gola, scendendo fino al cuore.
Saliva su di lui senza fargli gravare il suo peso – per quanto lui fosse magro e (che rimanga tra noi, shhh!) bassottello – e lo scaldava con il suo corpo, con le mani calde che scorrevano lungo le braccia, i fianchi nudi e bianchi.
Perché quella era la sua Isola che non c’é. Dove per non c’è intendeva tutto quello che in realtà era brutto e ostacolante. Dove il non c’è era imbottito di cattiveria e disprezzo, e traboccava di odio e commiserazione verso il prossimo. Dove non c’erano limiti all’amore, e a tutto quello che poteva dare.
Era il loro luogo immacolato, dove non c’erano divieti, dove ogni macchia della realtà veniva lavata via con un’onda fresca. Non esistevano persone che additavano per il semplice gusto di credersi superiori o giusti – perché nella realtà il concetto di giusto era così astratto che a momenti se ne dimenticava il significato – non esisteva nessuno al di fuori di loro due, nel momento in cui anche solo lo desiderava.
Era il suo regno, e il regno del suo Peter, che col vero Peter aveva in comune forse solo l’altezza, e la capacità di portarlo in alto, oltre le nuvole, nell’infinito, anche senza l’ausilio della polvere di fata.
Peter Elric (o Edward Pan a seconda della vostra perversa mania di storpiare i nomi in casi come questi) era l’unico motivo per il quale, potendo scegliere, sarebbe fuggito per sempre nella sua Isola che non c’é.
Era l’unico che riusciva a fargli sentire il calore di un corpo, l’unico che sapeva ogni suo piccolo segreto. Conosceva ogni sua forza e debolezza, lo leggeva nella sua mente come se d’ostacolo vi fosse solamente uno specchio di acqua limpida. Non aveva bisogno neanche di parlare, con lui.
Bastava uno sguardo, una particolare movenza, e già tutto nella sua mente era delineato, più chiaro di una foto, più vicino alla realtà di lui stesso, forse.
Poco gli importava se fosse suo fratello, se tutto ciò potesse arrecargli danno, se gli provocasse soltanto ulteriore dolore – sempre in fondo, quasi nei piedi per venire martoriato ad ogni suo passo, per essere pressato e reso quasi inesistente – e se pian piano lo avrebbe portato ad una condanna maggiore di quella già subita.
Nulla era peggio del rimbombo del suo pugno d’acciaio sul grigio del suo braccio metallico.
“Ti perdi in fantasie, Al?”
Nulla era peggio del viso carico di sensi di colpa di suo fratello.
“Ah, no, Niisan… Ti stavo aspettando!”
"Beh, sono pronto e in forma!”
Nulla era peggio del suo corpo martoriato da arti artificiali, e più doloroso della sua determinazione.
“Allora andiamo?”
“Sì…”
Ma ferro e ferro fanno forza. E si annulleranno a vicenda, e diventeranno carne. E allora, forse, la sua Isola che non c’è sarebbe potuta diventare reale. Per quanto male facesse andare avanti, ce l’avrebbe fatta.
Tutto, pur di risentire il calore della sua pelle sul corpo.
Tutto, pur di provare quella sensazione di miele colante dalle labbra che solo la fantasia poteva dargli, e un corpo fatto di carne e sangue.
Tutto.
Tutto.
Tutto…

“Andiamo…”